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09.04.2014 08:32

Progetto (a cura di FULVIO DE BLASIO)

Utopia,  Strategia e Valore

Ovvero: Strategia oggi, un discorso su passato, presente e futuro dell’umanità

 

Premessa: ha senso ancora parlare di strategia in un mondo che cambia in continuazione, in cui le innovazioni sono continue e gli scenari sempre più ampi e che, sempre più, appare dominato da equilibri di forze instabili. Non è meglio navigare a vista sotto la spinta della contingenza?

Risponderò citando due esempi militari. Perché la Germania, che nel 1939 aveva l’esercito più potente del mondo, ha perso la guerra? O perché il Giappone che aveva soldati votati a “vincere o morire” era già pronto ad arrendersi ben prima che fosse lanciata l’atomica su Hiroscima? In ambedue i casi, dopo una prima parte di condotta di guerra progettata e realizzata secondo ineccepibili piani strategici, alle prime vere difficoltà ci si è fatti prendere la mano dalla contingenza cercando successi parziali poco significativi in ottica strategica. In Germania, Hitler decise di esautorare i suoi migliori generali e di condurre personalmente la battaglia di Russia cercando un inutile vittoria in Ucraina, quando avrebbe dovuto attaccare convincentemente Mosca. In Giappone, dopo le vittorie iniziali della marina nel Pacifico, affrontò la guerra non tenendo conto dell’enorme potenziale bellico americano, trascurando la logistica e sacrificando vite umane dei migliori aviatori nipponici in dissennati gesti di eroismo fini a se stessi (kamikaze). Mi si obietterà che comunque Germania e Giappone la guerra l’avrebbero perduta, ma se ciò può essere vero, è altrettanto vero che l’hanno perduta nel peggiore dei modi, esasperando il conflitto per dover poi arrendersi, senza condizioni, e intorno ad un territorio totalmente distrutto.  Voglio ricordare, a tale proposito, un passo del Vangelo di Luca assai significativo al riguardo: “Quale re andando in guerra contro un altro re, non siede prima a calcolare se con diecimila soldati può affrontare il nemico che avanza con ventimila? Se vede che non è possibile, mentre il nemico è ancora lontano gli manda messaggeri a chiedere quali sono le condizioni per la pace[1].

Trasponendo il discorso dal campo militare a quello aziendale, ci si può domandare come mai la Olivetti, brillantemente guidata dal suo mentore Adriano Olivetti, dopo essere diventata l’industria all’avanguardia nel settore delle macchine da calcolo e da scrivere, e dopo aver progettato e realizzato il primo personal della storia (Programma 101), alla morte di Adriano sia prima lentamente e poi velocemente precipitata verso “il nulla” di oggi? Proprio perché è venuto a mancare “il visionario” che aveva ben in mente una strategia di espansione nel mercato americano e che, col passaggio di mano ad imprenditori, più avvezzi alla speculazione finanziaria ed al compromesso politico, che alla visione strategica si è “rinchiusa” nel mercato domestico, per poi volatilizzarsi a causa di una serie di scelte “non strategiche”, ma assolutamente contingenti.

A livello non italiano e globale, si può osservare come Nokia che era diventata la prima azienda di produzione nel mondo di cellulari, ha dovuto essere ceduta a Microsoft? Solo perché è mancata una strategia di innovazione tecnologica radicale che tenesse conto di cosa il mondo si aspettasse da questi straordinari strumenti elettronici tascabili. Strategia che, invece, ha decisamente premiato la Apple del “visionario” Steve Jobs, con il suo iPhone.

Dunque, la strategia non solo non è morta, ma parafrasando un recente volume di Cynthia Montgomeri[2],  ritorna prepotentemente alla ribalta.

L’altro interrogativo che ci poniamo, non meno essenziale del precedente, è se esista una compatibilità tra strategia, utopia e valore. In apparenza tutto dovrebbe farci credere che l’utopia sia la negazione dello spirito strategico in cui la razionalità la dovrebbe fare da padrone, anche e soprattutto nello sviluppo del valore economico. In effetti le aziende amministrativamente meglio guidate al mondo sono proprio quelle in cui traspare una componente razionale eccezionalmente sviluppata. Ma l’innovazione e, in particolare l’innovazione aziendale, peraltro universalmente ritenuta essenziale per sviluppare il vantaggio competitivo[3], non nasce da un puro processo razionale, che invece porterebbe a consolidare i vantaggi già posseduti evitando “avventure visionarie”. L’innovazione è per sua natura rivoluzionaria perché rompe gli schemi e mette in crisi le certezze; l’innovazione è utopia, nel senso più nobile del significato (luogo che non esiste)[4] e che, come Peter Pan e Alice nel paese delle meraviglie, si nutre di “sogno” e di superamento della realtà. L’utopia è, quindi essenziale per l’impresa come lo è la razionalità, si tratta di rendere compatibili due processi apparentemente divergenti, facendoli viaggiare su binari paralleli, fino a trovare il miglior punto d’incontro proprio in ambito strategico.

È proprio Schumpeter, una figura di economista-sociologo ad affermare che le strategie imprenditoriali ed i risultati di mercato possono essere valutati solo nel contesto della distruzione creatrice ed hanno sempre natura transitoria; che il cambiamento economico è intrinsecamente evolutivo e l’enfasi di cambiamento deve essere posta sull’efficienza dinamica; che l’attenzione massima deve essere prestata all’instabilità, all’incertezza ed alla limitabilità nel tempo del vantaggio competitivo[5].

In questo senso imprenditori visionari ed utopisti come Stewe Jobs, Bill Gate e Adriano Olivetti hanno definitivamente confermato, con i  loro strepitosi successi, lo stretto rapporto tra utopia e strategia.

In ambito militare, poi, l’utopia è stata la guida dei più grandi strateghi, tra cui ricordiamo Alessandro Magno, Cesare, Annibale, Gengis Khan, Napoleone, Cromwell; tutti grandi innovatori e tutti portatori di un sogno “universale e utopico” ben più ampio della mera vittoria sul campo di battaglia.

Per finire, ci si può domandare come con l’utopia si possa costruire valore? La risposta è nella concezione del termine valore, che non può e non deve essere inteso solo in senso Smithiano o Marxiano come il “corrispondente della prestazione lavoro”, bensì in senso Scheleriano , come percezione non direttamente acquisibile tramite l’intelletto, bensì tramite l’esperienza emozionale della coscienza[6]. In questo ultimo senso, anche gli studi aziendali più evoluti si stanno muovendo, tanto che lo stesso Porter, in un suo recente scritto, parla di “valore condiviso”[7], cioè di quel valore, un tempo, e, per certi versi, ancora oggi, considerato utopico.

Parlando di utopia non è possibile ignorare l’aspetto manageriale della stessa che si concretizza, fondamentalmente, in uno stretto legame strategico tra leadership e management, si osserva, in merito, come più aumenteranno i cambiamenti e maggiore sarà il bisogno di leadership (in guerra un esercito ha più bisogno di leader che di manager), ma ancora più evidente sarà la necessità che i collaboratori del leader siano costantemente formati per le nuove situazioni e che dietro ogni comportamento manageriale si realizzi una ricerca (per verificare se il modo tradizionale di fare certe cose non possa essere migliorato o, addirittura, reinventato)[8].

Comunque la vera sfida del futuro starà nell'integrazione sinergica di una forte leadership con un forte management[9].

Per ciò che concerne l’utopia in ambito bancario ci pare significativo segnalare il contributo del banchiere e premio Nobel per la pace Mohammad Yunus, che, in barba a tutte le teorie economiche (che conosceva bene essendone un apprezzato docente), ha inventato il micro credito creando la Grameen Bank, con la quale mette a disposizione dei poveri piccoli prestiti a un tasso ragionevole per far partire attività imprenditoriali anche in paesi arretratissimi come il suo Bangladesh[10].

In conclusione, ci sentiamo di affermare che l’utopia non sia lontana parente della scienza e soprattutto della scienza largamente condivisa, se è vero, come è vero, che i grandi utopisti di tutti i tempi sono stati scienziati (pensiamo a Eintain[11]) o, comunque grandi studiosi, che partendo dalle considerazioni scientifiche e/o dalle informazioni pratiche consolidate hanno messo in crisi il tradizionale modo di affrontare le problematiche per realizzare un nuovo ed “eccitante” modo di pensare e di essere che ha rivoluzionato, sin dalle radici, la storia del mondo.



[1] Luca 14/31,32

[2] Montgomery C.A. (2012), Il ritorno della strategia – diventare i leader di cui la vostra azienda ha bisogno, Rizzoli-Etas, Milano

[3] Cotta Ramusino E. e Onetti E. (2009), Strategia d’impresa, Gruppo 24 Ore, Milano, p. 407 - Grant R.M. (1999), L'analisi strategica per le decisioni aziendali, Il Mulino, Bologna, pp. 222-225 - Schumpeter J.A. (1950), Capitalism, Socialism and Democracy, Harper & Row, New York e - Dioguardi G. (2008), Viaggio verso Utopia e altri scritti di bibliofilia, Rovello, Milano

[4] AA.VV. (2007), Voce: Utopia, Enciclopedia Tematica della Filosofia – Vol. 15/N-Z, Garzanti, Milano, p. 1157

[5] Dagnino G.B. (2005), I paradigmi dominanti negli studi di strategia d’impresa – Fondamenti teorici e applicazioni manageriali, Giappichelli, Torino, pp. 198-201

[6] AA.VV. (2007), Voce: Valore, Enciclopedia Tematica della Filosofia – Vol. 15/N-Z, Garzanti, Milano, pp.1161-1163

[7] Porter M.E. e Kramer M.R. (2011), Creare valore condiviso, HBR n. 1-2/2011

[8] Somedia (1993), Il manager del 2000?, inserto Affari & Finanza di Repubblica del 22.1.93  p. II

[9] J.P. Kotter (1990), La vera attività del leader, Harvard n. 49/90

[10] Battiston G. (2008), L'Invenzione della povertà - un banchiere utopista e pragmatico, Il Manifesto del 22.07.2008

[11] La circostanza che il suo profitto in matematica fosse scarso è contestata (v. a lato Emilio Segrè). Nell'agosto 1886 infatti Albert riferì alla madre l'ottimo profitto scolastico: "Ieri Albert ha ricevuto la pagella, che era brillante; è nuovamente il primo della classe"[ Einstein P. (1979), lettera a Jette Koch, 1 agosto 1886. Riportata su Sottile è il signore: Pais A. La scienza e la vita di Albert Einstein, p 53]. Einstein cominciò a studiare matematica insieme a un amico di famiglia, Max Talmud [Herschbach D. (2013), Einstein as a Student, Department of Chemistry and Chemical Biology, Harvard University, p. 3], che gli procurò testi scientifici come gli Elementi di Euclide ma anche filosofici come la Critica della ragion pura di Kant.[ Herschbach D. (2013), Einstein as a Student, Department of Chemistry and Chemical Biology, Harvard University, p. 3] All'età di dieci anni iniziò a frequentare il Luitpold Gymnasium ma si rivelò ben presto sofferente al rigido ambiente scolastico, seppur riportando comunque buoni voti sia in matematica che in latino [München Merkur H (1979), Riportata su Sottile è il signore: Pais A. La scienza e la vita di Albert Einstein, p 54]. Suo zio Jakob, inoltre, lo metteva spesso alla prova con problemi matematici che risolveva brillantemente "provando un profondo senso di felicità" [Einstein M. (1979) Biografia p14 - Biografia su Albert Einstein scritta dalla sorella, terminata nel 1924; riportata su Sottile è il signore: Pais A., La scienza e la vita di Albert Einstein, p 54]. Per ulteriori approfondimenti sulla carriera scolastica di Albert Einstein vedasi: Emilio Segrè E. (1997), Personaggi e scoperte nella fisica contemporanea, Edizioni scientifiche e tecniche (EST) Mondadori, Milano.

 

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